Ho paura del parto e non lo dico a nessuno
- 1 ago
- Tempo di lettura: 7 min
È normale avere paura del parto? Cosa fare quando l'ansia cresce insieme alla pancia
di Angela Maria Nitti, Psicologa perinatale

C'è una domanda che al corso di accompagnamento alla nascita nessuna alza la mano per fare.
Si parla di travaglio, di posizioni, di respirazione. Si prendono appunti sulla gestione del dolore, sull'epidurale, sul pelle a pelle. E intanto, in qualche punto del cerchio, qualcuna sta pensando un'altra cosa. Una cosa che non trova posto tra le slide e le domande pratiche:
io ho paura.
Non paura di sbagliare la valigia per l'ospedale. Paura del parto. Del dolore, certo, ma non solo: di perdere il controllo, di non farcela, di quello che potrebbe succedere al bambino, o a sé. A volte una paura vaga, che si presenta di notte e di giorno si lascia coprire dagli impegni. A volte una paura precisa, con immagini nitide, che cresce insieme alla pancia.
E quasi sempre, questa paura ha una caratteristica: non si dice a nessuno.
Perché la paura del parto si tace
Nei colloqui che faccio come psicologa perinatale, la paura del parto arriva quasi sempre di traverso. Non è la richiesta con cui una donna prende appuntamento. Emerge dopo, quando si è creato abbastanza spazio, e spesso arriva accompagnata da una giustificazione: "Lo so che è stupido...", "Non dovrei nemmeno pensarci...", "Con tutte le donne che partoriscono ogni giorno...".
Come se avere paura fosse una mancanza. Come se la gravidanza prevedesse un copione, la dolce attesa, la gioia, il countdown felice, e la paura fosse un'uscita dal personaggio.
Il silenzio ha le sue ragioni, e vale la pena guardarle:
"Dovrei essere felice." L'attesa di un figlio desiderato sembra non autorizzare emozioni scomode. Ma desiderio e paura non si escludono: convivono benissimo, e anzi spesso la paura è proporzionale a quanto quel bambino conta. Di questa distanza tra la gravidanza immaginata e quella sentita ho scritto anche in Gravidanza reale: lo spazio tra il sogno e il sentire e anche in Dovrei essere felice, eppure non lo sono.
"Non voglio farmi raccontare storie." Paradossalmente, molte donne evitano di nominare la paura per proteggersi dai racconti degli altri. Perché sanno cosa succede quando si accenna al tema: arriva l'aneddoto. Il parto della cugina, quello della collega, quello terribile o miracoloso letto in un gruppo online. E nessuno dei due aiuta.
"Se la dico, diventa vera." C'è una forma di pensiero magico, comprensibilissima, per cui nominare la paura sembrerebbe darle potere. Nominare la paura, soprattutto in uno spazio capace di accoglierla, può renderla meno indistinta e più osservabile. Dire ciò che spaventa permette di capire meglio da quali paure precise è composta.
La paura che prepara e la paura che paralizza: quando si parla di tocofobia
Prima distinzione importante: avere paura del parto è normale. Non normale nel senso sbrigativo di "capita a tutte, non pensarci". Normale nel senso di fisiologico, cioè, che ha una funzione.
La paura, quando resta in una misura abitabile, è una forma di intelligenza del corpo e della mente: segnala che sta per accadere qualcosa di grande, mobilita risorse, spinge a informarsi, a scegliere con cura il luogo del parto, a costruirsi una rete. Una donna che arriva al travaglio avendo attraversato la propria paura, e non solo avendola evitata, ci arriva più intera.
Esiste però anche una paura di altra natura: quella che invade. Che occupa i pensieri ogni giorno, che disturba il sonno, che porta a evitare tutto ciò che riguarda il parto, non prenotare il corso, non leggere, non scegliere l'ospedale, o all'opposto a controllare compulsivamente ogni informazione. Quando la paura del parto raggiunge questa intensità ha anche un nome clinico, tocofobia, e merita un accompagnamento professionale dedicato: non per "toglierla", ma per capire cosa sta dicendo e non arrivare al travaglio in lotta con se stesse.
Tra questi due poli c'è tutto lo spettro delle paure reali: quelle che non paralizzano ma pesano, che non impediscono di funzionare ma tolgono qualcosa all'attesa o la caricano eccessivamente. È lì che sta la maggior parte delle donne che incontro. Ed è lì che uno spazio di parola fa la differenza più grande.
Di chi è questa paura? Il peso delle storie familiari sul modo in cui immaginiamo il parto
Quando lavoro con donne gravide e futuri genitori, una delle cose che faccio con passione e attenzione è esplorare la storia familiare: "Cosa si racconta di quando sei nata?", "Com'è nata tua madre o tua nonna?", "Quali sono i racconti di parto della tua e della vostra famiglia?".
Nell'affiorare delle storie emergono nessi, pattern e connessioni tra eventi e narrazioni che fino ad allora erano rimasti più o meno impliciti: il parto difficile della madre raccontato mille volte o taciuto per sempre (due modi diversi di trasmettere la stessa cosa), la storia della nonna che "ha rischiato", il fratello nato prima del tempo.
Nel mio lavoro mi occupo molto di storia familiare e trasmissione tra generazioni, e il parto è forse il luogo dove questa trasmissione si vede meglio: non abbiamo paura solo del nostro parto. Le emozioni hanno radici dentro le esperienze delle nascite che ci hanno preceduto.
Il corpo che partorisce è anche un corpo inserito in una storia familiare. I racconti delle nascite che ci hanno preceduto possono influenzare le immagini, le aspettative e le paure con cui arriviamo al nostro parto.
Questa prospettiva non è un esercizio intellettuale: è una via d'uscita. Perché quando una donna riconosce che una parte della sua paura non è solo sua, quella paura cambia peso. Può inquadrarla nella storia familiare, guardarla da una certa distanza e scegliere cosa tenerne e cosa restituire, con rispetto, a chi appartiene. Il parto smette di essere una profezia da ripetere e torna a essere un evento proprio, ancora tutto da scrivere.
Cosa aiuta davvero (e cosa no)
Non aiuta il pensiero positivo prescritto: "Vedrai che andrà tutto bene" è una frase gentile che chiude la conversazione esattamente dove andrebbe aperta. Non aiutano le rassicurazioni statistiche, che parlano alla testa mentre la paura abita altrove. Non aiuta, soprattutto, il silenzio.
Aiuta una cosa sola, semplice ma allo stesso tempo per niente facile: poter dire la paura ad alta voce, in uno spazio capace di reggerla. Uno spazio dove nessuno si spaventa della tua paura, nessuno corre a consolarti per farla smettere, nessuno rilancia con il proprio aneddoto. Dove la paura può essere guardata, nominata pezzo per pezzo. Perché "paura del parto" è quasi sempre un contenitore che, aperto, rivela paure molto più precise, e ciascuna chiede una risposta diversa. La paura del dolore non è la paura di perdere il controllo; la paura per la salute del bambino non è la paura di non riconoscersi dopo.
È un'esperienza che vedo ripetersi negli incontri di gruppo: basta che una donna trovi il coraggio di dire "io ho paura" perché nel cerchio qualcosa si sciolga. Le altre annuiscono. Qualcuna si commuove. La paura, detta, si scopre condivisa e una paura condivisa non è più una vergogna privata: è un'esperienza umana che si può attraversare accompagnate. Il gruppo, quando funziona, cura prima ancora dei contenuti.
Uno spazio per la paura, prima del parto: accompagnamento psicologico a Bari
È per questo che, come psicologa perinatale a Bari, negli incontri di accompagnamento alla nascita che conduco con Mamme Contatto APS ho scelto di dare alla paura del parto uno spazio esplicito. Non un accenno tra un tema e l'altro: un momento dedicato, protetto, in cui le paure, quelle di lei e anche quelle di lui, perché anche i futuri padri hanno paure che tacciono ancora più profondamente, possano essere messe in parola prima che il travaglio le trovi mute.
Il percorso di accompagnamento alla nascita è pensato per coppie, in piccoli gruppi, e affianca alla preparazione fisiologica condotta dall'ostetrica uno spazio psicologico dedicato alle emozioni dell'attesa e alla transizione alla genitorialità. Perché prepararsi al parto non significa solo sapere cosa accadrà al corpo: significa arrivare a quel giorno senza dover fingere di non avere paura.
E quando la paura è più grande, più antica, più radicata nella propria storia di quanto un gruppo possa contenere, c'è la possibilità di un lavoro individuale: la consulenza psicologica perinatale è anche questo, un luogo dove la paura del parto può essere esplorata con calma, alle proprie condizioni, in studio a Bari o online.
La paura del parto non è il segno che qualcosa in te non funziona. È il segno che stai prendendo sul serio quello che sta per accadere. Merita lo stesso trattamento: essere presa sul serio.
Domande frequenti sulla paura del parto (FAQ)
È normale avere paura del parto?
Sì. La paura del parto è un'esperienza diffusa e, entro certi limiti, fisiologica: segnala l'importanza dell'evento e aiuta a prepararsi. Diventa un problema quando invade i pensieri quotidiani, disturba il sonno o porta a evitare tutto ciò che riguarda la nascita: in quel caso è utile un accompagnamento psicologico dedicato.
La paura del parto può influire sul travaglio?
La paura non determina da sola l’andamento del parto. Quando però diventa molto intensa e persistente può aumentare lo stato di allerta, la tensione e la sensazione di non avere controllo. Per questo parlarne prima del parto può aiutare la donna ad arrivare al travaglio sentendosi più informata, accompagnata e consapevole delle proprie risorse.
Quando la paura del parto richiede un supporto psicologico?
Quando è costante e intrusiva, quando toglie il sonno, quando spinge a evitare visite, corsi o informazioni, o quando senti che si aggancia a storie familiari pesanti (parti difficili di madri o nonne, lutti, nascite traumatiche). Anche una paura "media" che pesa sull'attesa merita comunque uno spazio: non serve stare malissimo per concedersi un aiuto.
A che punto della gravidanza è utile occuparsene?
Non c'è un momento giusto o sbagliato, ma il secondo trimestre è spesso ideale: c'è tempo per lavorare senza l'urgenza delle ultime settimane. Se però sei già alla fine della gravidanza, non è tardi: anche pochi incontri mirati possono cambiare il modo in cui arrivi al parto.
Anche i futuri papà hanno paura del parto?
Sì, e ne parlano ancora meno. La paura di vedere la compagna soffrire, di non sapere cosa fare, di ciò che potrebbe andare storto: sono paure reali che, taciute, isolano la coppia proprio quando avrebbe bisogno di essere alleata. Per questo gli spazi psicologici del percorso di accompagnamento alla nascita sono pensati per entrambi.
Sono Angela Maria Nitti, psicologa perinatale a Bari. Assieme all'ostetrica Rosa Campobasso e a Valentina Buonavoglia, consulente babywearing, conduco il percorso di accompagnamento alla nascita di Mamme Contatto APS e i corsi di Massaggio Infantile su modello AIMI. Ricevo in studio a Bari e online per consulenze psicologiche perinatali.
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