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Consulenza psicologica

  • 20 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Perché anche se sento che ne avrei bisogno non riesco a fare il primo passo?

di Angela Maria Nitti


Angela Maria Nitti psicologa vista di spalle durante un colloquio psicologico, di fronte a una persona che sorride in un ambiente caldo e accogliente.
“Ho il tuo numero da tanto ma solo ora mi sono decisa a chiamarti”, “Volevo un aiuto ma ho provato a farcela da sola”, “Non ho chiamato prima perché non avevo proprio chiaro cosa avrei potuto raccontare”.

Queste sono solo alcune delle parole che più frequentemente le persone che incontro mi dicono. Specie a fine seduta, quando le difese sono più basse, c’è maggiore confidenza e la sensazione di poter dire ha in parte sostituito la difficoltà iniziale.

Perché è così difficile fare il primo passo? alzare la cornetta, prenotare un colloquio, scrivere un messaggio su whatsApp? Sai che qualcosa non va, che da solo non riesci a venirne fuori, o che ci riesci ma con una fatica sproporzionata, o che le stesse cose continuano a tornare e non sai perché. Sai che forse varrebbe la pena parlarne con qualcuno, eppure rimandi.

Non chiami. Non mandi la mail. Non cerchi il numero. O lo cerchi, lo salvi sul telefono, e poi aspetti. Aspetti che passi da solo. Aspetti di stare peggio, quasi a voler raccogliere abbastanza prove da giustificare la richiesta. Aspetti il momento giusto, che non arriva mai del tutto.

Questo articolo è per chi si trova in quel momento, in cui anche io per prima mi son trovata in alcuni momenti della mia vita. Ci sono persone che non hanno mai iniziato un percorso prima e non sanno quindi cosa aspettarsi, e chi, al contrario, è già stato da uno psicologo e non sa se ha senso rimettersi in gioco con un altro professionista.


Tra la motivazione e l'incertezza.

Quando si rimanda qualcosa per molto tempo, la spiegazione più ovvia sembra essere la mancanza di volontà. Non sono abbastanza motivata. Non sono pronta. Non è il momento.

Ma nella mia esperienza, chi rimanda l’inizio di un percorso psicologico non lo fa sempre perché non vuole. Tante volte rimanda perché non sa. Ad esempio non sa cosa succederà davvero quando entrerà in quello studio, fisico o virtuale che sia. Non sa se sarà giudicato, se si sentirà o no a suo agio. Se dovrà raccontare tutto dall'inizio, o se potrà farlo a pezzi. Non sa se quello che porta come tema è abbastanza serio da meritare uno spazio, o se invece è troppo vago per essere trattato.

L'incertezza spesso blocca più della paura in sé.


"Non so esattamente cosa potrei dire"

Questa è una delle frasi che sento più spesso, quasi sempre dette con una punta di imbarazzo, come se non sapere cosa dire fosse una lacuna da nascondere.

Non lo è.

Anzi, è spesso esattamente il punto di partenza più onesto che ci sia. Non so cosa direi significa: c'è qualcosa che sento, ma non ho ancora le parole per nominarlo. Significa che il disagio esiste, ma non ha ancora una forma chiara. Significa che sei in quella fase, comune, legittima, in cui qualcosa preme ma non si è ancora organizzato in un pensiero coerente.

Uno spazio psicologico non richiede che tu arrivi con le idee chiare. Richiede che tu arrivi. Il lavoro di dare forma a quello che senti è proprio quello che si fa insieme, non quello che devi fare prima di iniziare.

Non devi preparare un discorso. Non devi avere una diagnosi. Non devi sapere se quello che stai vivendo è abbastanza grave. Puoi portare anche solo la sensazione che qualcosa stia chiedendo attenzione. La forma e le parole arrivano durante l’incontro, dentro la relazione.


La fantasia pesa più della realtà

Per chi non ha mai fatto un percorso psicologico, il primo ostacolo è spesso una fantasia, a volte consapevole, a volte no, su cosa sia davvero quello spazio. Spesso quella fantasia è alimentata da film, serie tv, rappresentazioni culturali, da esperienze indirette.

dovrò parlare della mia infanzia per anni”, “mi diranno che i miei problemi dipendono dai miei genitori”, “devo stare davvero male per andarci, è qualcosa per persone deboli che non riescono a cavarsela da sola”.

C'è chi immagina uno spazio freddo e clinico, in cui essere analizzata dall'esterno. Chi teme di perdere il controllo, di piangere, di dire cose che non voleva dire, di aprire qualcosa che poi non riesce a richiudere. Chi ha paura che parlare dei problemi li renda più reali, più permanenti, come se nominare fosse in qualche modo pericoloso.

Quasi sempre queste fantasie non corrispondono a quello che succede davvero.

Un primo colloquio non è un interrogatorio. Non è un impegno irrevocabile. È una conversazione in cui si capisce insieme se e come si può lavorare.


Il peso di un'esperienza di consulenza psicologica precedente

Per chi ha già fatto un percorso di consulenza psicologica il blocco è diverso. Può succedere che il percorso precedente “non sia andato bene”, che la persona non si sia sentita davvero compresa, o ci si sia fermati per qualche ragione perchè magari si sia avuto la sensazione di girare in tondo senza arrivare da nessuna parte. 

Chi ha incontrato un professionista con cui non c'era feeling, e non sapeva se il problema fosse del professionista o della persona in difficoltà. Chi ha fatto un lavoro lungo e faticoso e poi, a distanza di anni, si ritrova di nuovo con le stesse domande e si chiede se valga la pena ricominciare.

Queste esperienze contano. Non vanno ignorate né minimizzate. Ma non sono necessariamente indicative di quello che succederà la prossima volta.

I percorsi psicologici sono molto diversi tra loro per approccio, per relazione, per fase della vita in cui avvengono. Quello che non ha funzionato in un certo momento, con una certa persona, in un certo contesto, non dice niente di definitivo sulla possibilità di fare un lavoro utile oggi.

Anzi, l'esperienza precedente porta con sé qualcosa di prezioso: una maggiore consapevolezza di sé, di quello che si cerca, di quello che non si vuole ripetere. Chi ha già fatto un percorso arriva con più risorse di quanto pensi, anche se non lo sente così.


"Non è abbastanza grave"

Questa è forse la forma di resistenza più sottile, e anche la più diffusa.

Funziona così: c'è qualcosa che non va, lo sento, ma quando mi guardo intorno, o quando mi confronto con quello che immagino debbano vivere le persone che davvero hanno bisogno di aiuto, mi sembra di stare bene. Relativamente. Abbastanza.

E allora aspetto. Aspetto di stare peggio. Aspetto che la cosa diventi abbastanza grande da giustificare di occuparsene.

Il problema è che questo meccanismo può andare avanti a lungo. Perché la soglia si sposta. Ogni volta che si sta un po' peggio, si ricalibra il metro, e ci si dice che ancora non è abbastanza. Nel frattempo, la fatica si accumula, i meccanismi si consolidano, e quello che sarebbe stato più semplice affrontare all'inizio diventa più complesso.

Non esiste una soglia minima di sofferenza per meritare uno spazio di ascolto. Non si deve stare in crisi per chiedere aiuto. Si può chiedere aiuto quando si sente che qualcosa non funziona come si vorrebbe, anche se non si riesce ancora a spiegare bene cosa.

La consulenza psicologica non è riservata alle emergenze. È utile anche, e spesso soprattutto, in quei momenti intermedi in cui qualcosa chiede attenzione ma non ha ancora il nome di una crisi.


Il primo passo è più piccolo di quanto sembri

Chi riesce a fare il primo passo descrive quasi sempre la stessa cosa: che è stato più semplice di quanto si aspettasse.

Non nel senso che il lavoro sia semplice, non lo è, o almeno non sempre. Ma il primo contatto, il primo colloquio, la prima conversazione, quella è quasi sempre meno spaventosa di come era nella testa.

Perché nella testa il primo passo porta con sé tutto quello che verrà dopo: l'impegno, la fatica, le cose che si dovranno guardare. Mentre nella realtà il primo passo è solo quello che è: un primo passo. Una conversazione. Una mezz'ora in cui si capisce se c'è qualcosa su cui vale la pena lavorare insieme.

Non devi sapere già cosa vuoi. Non devi arrivare con una storia organizzata. Non devi avere deciso niente in anticipo.

Puoi arrivare con il dubbio. Con la sensazione vaga che qualcosa non torni. Con la stanchezza di portare da sola qualcosa che non riesci a nominare.

È abbastanza. È, spesso, esattamente il punto di partenza giusto.


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